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Campagna elettorale e rete

Campagna elettorale e rete - Carlo Alberto Pratesi

Ho rilasciato un'intervista all'agenzia di cultura digitale Media Duemila, nella quale esprimo le mie opinioni sull'uso degli strumenti digitali in una campagna elettorale.

Nell’era dei social network la campagna elettorale cambia i suoi parametri di riferimento per comunicare con i cittadini. Il prof. Carlo Alberto Pratesi, docente  di Economia e Gestione delle Imprese alla Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre e candidato per la lista civica di Nicola Zingaretti per la Regione Lazio, risponde a qualche domanda sul suo rapporto con i social network e la rete in questo intenso periodo prima delle elezioni  politiche italiane.
Il mio specifico interesse a seguire da vicino la campagna mi ha spinto a impratichirmi al meglio sull’utilizzo dei social network come Facebook, Linkedin e Twitter. Non è certo facile seguire tutta la complessa strategia di comunicazione, però, in pochi giorni, si comprende cosa funziona meglio e si scopre che tali strumenti non si possono ignorare.
Andando più nello specifico, secondo la mia esperienza, Facebook oggettivamente è la piattaforma sulla quale si raggiungono i giovani, non ce ne sono altre. Giovani al primo voto, studenti universitari. Questo target non apre le mail, guarda poco la televisione, non legge i giornali, per cui senza Facebook è difficile raggiungerli. Questa piattaforma però ha una capacità straordinaria di rubarti il tempo. Il rapporto tra tempo dedicato e risultato è poco efficiente.  Tra l’altro è una piattaforma che sta condizionando una intera generazione. Anche i miei figli vivono su Facebook e ora ho capito perché. Probabilmente è divertente e dà l’idea tu stia facendo qualcosa di utile, però, se si fa solo quello, alla fine si è perso tempo. Ormai, infatti, vedo Facebook come prima si vedevano le telenovelas o le fiction in televisione
LinkedIn raggiunge invece un altro target che comprende i giovani dai 20, l’età universitaria, ai 50. Su questa piattaforma avevo già accumulato, negli anni, più di mille contatti e abbiamo creato un gruppo di interesse sul tema innovazione e sostenibilità. Su questo social network l’utente si aspetta contenuti più seri,  non è necessario stare tutto il tempo collegati, ma i contenuti devono essere scritti in un certo modo e devono essere coerenti con gli interessi di tale comunità.

Twitter, poi, è un mondo ancora diverso. La mia sensazione è che Twitter intercetti persone della mia età, tra i 45 e i 55 anni. Ho capito che certe informazioni possono essere interessanti se riguardano temi di grandissima attualità, possibilmente non solo nazionali. Ai fini della campagna politica, quindi, ha funzionato un po’ meno rispetto ad altre comunità virtuali, probabilmente per la brevità della campagna stessa. Però è anche vero che questa comunità virtuale costruisce una certa reputazione. Infatti, vedere che persone importanti ti seguono è gratificante. Per esempio un mio post  è stato ripreso da una blogger americana che ha 8000 followers.

Di che post si trattava?

Riguardava una ricerca su come pensano i Millennial, e, quindi, come questi ragazzi molto giovani si aspettano il futuro. Secondo questo studio, l’82% di questi intervistati dichiarava che potevano sentirsi attori del proprio futuro. Il mio commento su Twitter evidenziava il fatto che sicuramente  si trattava di uno studio svolto al livello internazionale perché tra i giovani  italiani la sensazione di poter essere artefici del proprio futuro è molto meno diffusa.

Ultima piattaforma ma non meno importante è il sito personale. Aperto, per fortuna, molti anni fa avevo accumulato parecchio materiale interessante offrendo la sensazione al visitatore che non sono una persona che ha costruito delle cose per l’occasione, ma che, di fatto, i temi politici della campagna politica che sto conducendo sono temi che conosco. Si possono trovare infatti progetti, ricerche, molti articoli di giornale e cose del genere. Il sito personale è comunque l’hub di tutta la comunicazione in rete perché è il biglietto da visita che permette a tutti di capire cosa si è fatto negli anni e cosa, invece, si sta facendo sul momento per acquisire consenso. Linkedin, Twitter e Facebook sono in qualche modo dei propagatori di quei contenuti su target diversi con tempistiche e modalità differenti.  Concludendo l’ambito digital posso dire che sono importanti anche le email. Ho attivato, infatti, una campagna direct mail che è ancora in atto e che mi sta aiutando molto.


Con l’avvento dei social media e del web 2.0, secondo lei, gli attori politici hanno trasformato il loro modo di comunicare o invece sono ancora legati ai vecchi sistemi di comunicazione?

Per me è la prima esperienza, quindi ho un po’ di difficoltà a fare confronti. Posso dire che ormai tutti utilizzano i social media ma lo fanno in maniera disattenta. I partiti sembra che li utilizzino più perché si deve fare e meno perché ne comprendano l’utilità. Un altro errore è lo squilibrio verso una comunicazione di tipo tradizionale con i manifesti, pieghevoli, incontri ecc., oppure verso una comunicazione tutta on line. Quei partiti che si muovono soltanto online hanno l’ingenua presunzione che basti quello per raggiungere le persone. Ci sono tante persone, invece, che vogliono conoscerti che vogliono vederti in faccia, vogliono darti la mano. Mi rendo conto, quindi, che la regola può sembrare semplicemente di buon senso, ma la questione è quella di trovare il giusto mix tra questi mezzi.


Quali sono i suoi programmi politici rispetto al digitale e alle possibilità che il digitale offre ai giovani nel mondo del lavoro?

Gli strumenti del digitale, la banda larga, i cellulari, i computer sono assolutamente necessari. E’ un prerequisito indispensabile, quindi, dare a tutti la possibilità di accesso a internet. Però altrettanto imprescindibile diventa educare le persone non solo all’uso dei media, ma, soprattutto, a capirne l’utilità perché possano rendere più efficace il loro lavoro. Questo vale sia per l’idraulico, che per l’agricoltore oppure per chi ha un laboratorio di falegnameria. Non è possibile non sapere che la tecnologia può rendere più profittevole ed efficiente il proprio lavoro o la propria professione. Ho visto esperimenti interessantissimi nel settore agricolo di piccoli imprenditori che mettendo sensori  sul proprio campo con costi minimi, perché ormai la tecnologia è molto poco costosa, riuscivano a governare l’irrigazione mentre si trovavano a migliaia di chilometri di distanza, semplicemente perché dal loro iPad vedevano le previsioni del tempo e potevano quindi far partire l’impianto di irrigazione. Sarebbe un peccato se settori tradizionali come il commercio o l’agricoltura non investissero in tal senso.

Il  mondo digitale va poi assolutamente governato e, per questo, mi riferisco alle generazioni più giovani che stanno manifestando delle dipendenze dalla connessione internet, da Facebook, dai social media in genere. Un problema che, secondo me, potrebbe superare quella soglia critica rischiando di far diventare tali strumenti controproducenti. Oltre al tempo si vede che molti giovani perdono anche l’entusiasmo. I ragazzi vivono su youtube, su Facebook senza tradurre questo in attività produttiva dal punto di vista economico. E’ importante anche diventare autonomi rispetto al digitale senza creare quindi delle dipendenze assurde. Per questo è necessaria una presa di responsabilità da parte delle istituzioni perché si educhi ad un uso corretto del mondo digitale.


Quindi una grande campagna di comunicazione e di informazione?

A me basterebbe  che nelle scuole superiori e nelle università i professori, quindi quelle persone che rappresentano un po’ i punti di riferimento delle giovani generazioni, fossero consapevoli del problema. Ho la sensazione che ci sia poca consapevolezza si parli troppo di banda larga, di strumenti, di investimenti e un po’ meno di cosa ci si fa con questi strumenti e del fatto che a volte possono essere usati in maniera impropria .


Neelie Kroes, vice presidente della Commissione Europea e responsabile per l’Agenda Digitale, dice che il digitale potrebbe creare nuovi posti di lavoro e che la piena attuazione dell’agenda digitale può far aumentare il Pil. Lei è d’accordo?

 Se ben governato si. E’ difficile, così su due piedi, dare delle risposte perché il discorso va molto contestualizzato, ma io credo che più che creare nuovi posti di lavoro sicuramente crea lavori più efficienti e sicuramente sviluppa il Pil.  Non possiamo nascondere che alcuni lavori prima eseguiti dall’uomo ora vengono compiuti dai computer, dalla rete e dalle macchine e che quindi non sono più fonte di occupazione per l’uomo. Potremmo dire quindi che si creano posti di lavoro interessanti e più profittevoli. Qualcuno se ne perderà, ma sarebbero, nel tempo, scomparsi comunque. La mia tesi allora è che dobbiamo digitalizzarci per diventare più produttivi, per fare crescere l’economia in maniera sostenibile e quindi creare posti di lavoro dovuti a questa crescita. Non credo, infatti, che il solo strumento tecnologico di per sé possa creare più posti di quanti non ne tolga.

Livia Serlupi Cresenzi

18/02/2013 commenti (0)